![]() |
|||||||
|
|||||||
![]() Uno dei brani letterari più belli è là dove il "pastore errante dell'Asia" di Leopardi ripropone alla luna, che sembra dominare l'infinità del cielo e della terra, le domande dall'orizzonte anch'esso senza fine:
Fin dai tempi più antichi uno dei paragoni più usati per identificare la fragilità e l'enigmaticità ultima della vita umana, è quello delle foglie, foglie aride cadute d'autunno. Ecco, potremmo dire che il senso religioso è quella caratteristica che qualifica il livello umano della natura e che si identifica con l'intuizione intelligente e l'emozione drammatica con cui l'uomo, guardando la propria vita ed i propri simili, dice: "Siamo come le foglie".
Ma, comunque, la ripresa leopardiana della poesia di Arnauld ha degli antenati ben noti non solo nella letteratura greca, e compare in tutte le letterature del mondo. Il senso religioso è lì, a livello di queste emozioni, dicevo, intelligenti e drammatiche, inevitabili, anche se il clamore o l'ottusità della vita sociale sembrano volerle tacitare:
Al fondo del nostro essere Queste domande si attaccano al fondo del nostro essere: sono inestirpabili, perchè costituiscono come la stoffa di cui è fatto. San Paolo, nel discorso davanti all'Areòpago, quando discorre con gli Ateniesi della ricerca di una risposta alle domande ultime che fanno parlare il fondo del nostro essere, le identifica con quell'energia che signoreggia, provocandola, sostenendola, ridefinendola continuamente, tutta la mobilità umana, compresa la mobilità stessa dei popoli, questo loro girovagare per il mondo "alla ricerca del dio", di lui "che dà a ognuno la vita, il respiro, tutto". Qualunque moto dell'uomo ha questa sorgente, ha questa radice energetica, è secondario e dipendente da quell'ultima, originale, radicale enigmatica fonte. L'esigenza di una risposta totale In quelle domande l'aspetto decisivo è offerto dagli aggettivi e dagli avverbi: qual è il senso ultimo della vita, in fondo in fondo di che cosa è fatta la realtà? Per che cosa vale veramente la pena che io sia, che la realtà sia? Sono domande che esauriscono l'energia, tutta l'energia di ricerca della ragione. Sono domande che esigono una risposta totale che copra tutto l'intero orizzonte della ragione, esaurendo tutta la "categoria della possibilità". C'è una coerenza della ragione infatti che non si arresta, se non arrivando a una esaurienza totale.
Se solo rispondendo a mille domande fosse esaurito il senso della realtà, e l'uomo trovasse la risposta a novecentonovantanove di esse, sarebbe irrequieto e insoddisfatto come fosse da capo. C'è nel Vangelo un richiamo interessante a questa dimensione: "Che giova all'uomo possedere tutto il mondo, se poi smarrisce il significato di sè? o che darà l'uomo in cambio di sè?". Questo "sè" non è niente altro che esigenza clamorosa, indistruttibile, e sostanziale ad affermare il significato di tutto. Ed è appunto così che il senso religioso definisce l'io: il luogo della natura dove viene affermato il significato del tutto. Da Il Senso Religioso, Rizzoli, 1999 Cristo, la compagnia di Dio all'uomo Cristo è un uomo che si è detto Dio.Alla domanda di Filippo «Mostraci il Padre», interprete dell’interrogativo degli apostoli che, pur seguendo da alcuni anni Gesù, non capivano bene (come noi non capiamo bene quando sentiamo la parola di Dio o la parola del mistero), Gesù risponde: «Chi vede me vede il Padre». Cristo è l’unico uomo nella storia che si è identificato con Dio, l’unico che ha osato dire: Io sono la via, la verità e la vita. Noi, distratti dalle vicende quotidiane e dalla superficialità del nostro vivere, non realizziamo la sconfinata sproporzione, la lontananza infinita che separa l’uomo da Dio. Ma un animo profondamente religioso, un genio religioso è colui che questa sproporzione sente enorme e la insegna a tutti gli altri: che Dio solo è Dio. Così hanno fatto tutti i grandi nomi nella storia delle religioni, anche Budda, anche Maometto. Mosè, aveva un tale senso della propria piccolezza davanti a Dio da supplicarlo che investisse della missione un altro al posto suo. Unico fra tutti, unico caso al mondo, questo uomo che è Cristo si dice Dio. Come è bello percorrere il Vangelo e sorprendere come i primi uomini, uomini come noi, che hanno seguito Gesù, sono arrivati non ad accorgersi che quell’uomo era Dio, ma a dire, a ripetere certe affermazioni che Lui faceva di sé. È questa la loro professione di fede. Perché gli Apostoli non hanno scoperto che Gesù era Dio, ma, stando con Lui, ne hanno avuto un’impressione grande, tale da «dover» dire: se non dobbiamo credere a questo uomo non dobbiamo credere neppure ai nostri occhi. È per questa evidenza che, pur senza capire bene, hanno ripetuto le sue parole, quelle parole che hanno poi investito la storia e il nostro cuore. (…) È questa la grande strada dell’evidenza, della ragione: è la strada della vita, del rapporto continuo, dell’esperienza quotidiana spartita. Per questo potevano dire: se non crediamo a questo uomo non possiamo aver fiducia neanche nei nostri occhi. La folla invece seguiva Gesù quando aveva interesse e curiosità. E restava colpita perché la parola era vera e la verità porta con sé la propria evidenza. Ma la dissipazione era immediata; la folla lo seguiva anche per passione di sentirlo, ma senza impegnare il fondo del proprio animo, senza coinvolgimento vitale. Nel sesto capitolo di Giovanni, Gesù commosso perché la gente lo segue ha l’intuizione più affascinante della sua vita: «Voi mi seguite perché vi ho sfamato con un po’ di pane. Ma io vi darò la mia carne da mangiare, vi darò il mio sangue da bere». La sproporzione del divino appare, si fa evidente e proprio lì si instaura la resistenza di chi non vuole capire, di chi è scandalizzato perché i criteri e le modalità di quell’uomo scompaginano il suo modo di pensare. «È pazzo, chi può dar da mangiare la sua carne e da bere il suo sangue?». Le insinuazioni si fanno rumore, si fanno vociare intero della folla che abbandona la sinagoga. Il Cristo rimane solo con i suoi, nel silenzio della sera. E rompe quel silenzio con un’altra sconvolgente domanda: «Anche voi volete andarvene?» «Maestro - grida all’improvviso, grida impetuoso, ancora Pietro - anche noi non comprendiamo quello che tu dici, ma se andiamo via da te dove andiamo? Tu solo hai parole che danno senso alla vita». È questa la risposta di chi ha l’umiltà, la fedeltà, l’umanità di seguire Gesù attratto dall’evidenza della verità delle sue parole. Ma chi non sa seguirlo, chi non osa lo sforzo di una familiarità, di una consuetudine di vita non arriva ad evidenziare la verità e non troverà risposta vera, personale e matura all’interrogativo fondamentale, definitivo che Gesù gli rivolge: e tu, chi dici che io sia? Come possiamo rispondere a questa domanda noi che non siamo stati alle nozze di Cana, che non abbiamo visto il paralitico guarire, che non abbiamo assistito al funerale di Naim, che non lo abbiamo seguito per tre giorni nella steppa, dimenticando persino il cibo? La familiarità con Lui da cui nasce l’evidenza della sua parola come unica che dia senso alla vita, come possiamo viverla? Il modo c’è: la compagnia che da Cristo è nata ha investito la storia: è la Chiesa, suo corpo, cioè modalità della sua presenza oggi. È perciò una familiarità quotidiana di impegno nel mistero della sua presenza entro il segno della Chiesa. Di qui può nascere l’evidenza razionale, pienamente ragionevole, che ci fa ripetere con certezza ciò che Lui, unico nella storia dell’umanità disse di sé: Io sono la via, la verità, la vita. Dal "Volantone" di Pasqua del 1982 |
|
|
"informazione periodica" in quanto viene aggiornato ad intervalli non regolari. Totus tuus network: Concili Denzinger Magistero Ratzinger Flos Carmeli Altra storia Leggenda nera Corti Difendere la vita Educazione Politica & Valori Cammilleri Tyn pagine cattoliche Caffarra Escrivà Fatti Sentire Haerent animo La tunica stracciata Vittorio Messori |